A BARBARA

14.08.2020

DIBATTITI

A Barbara dedico questo Ferragosto. A mamma Barbara, assunta ieri al cielo, a questa mamma che non conosco personalmente ma che è tutte le mamme.

Tre cuccioli e un capobranco la piangono ora nella tana dove ancora ci sono le sue pantofole, i suoi abiti puliti e quelli 'sporchi', i più preziosi, quelli che conservano il suo odore, quel profumo di mamma che i cuccioli non sentiranno più e che al capobranco non risveglierà nostalgia e desiderio.

Non ha avuto la forza dell'umano, ma quella del sovrumano, non ha fatto luce in sé ma ha saputo trovarla volendo attraversare il confine, sottile e tremendo, rendendo vuota la sua vita per riempirsi di eterno.

La vorrei nell'abbraccio della Madre del mondo, di quell'Assunta che tutto sa e per tutti intercede, che ha vissuto il dolore più grande facendosi in qualche modo complice della salvezza del mondo.

Un mondo dolente, in questo 2020 infinitamente, pare più di sempre, nella memoria di noi che abbiamo scavallato il millennio.

La nostra difficoltà si allarga, come i cerchi di un sasso nello stagno, e tocca tutte le sponde e tutte le sponde sembrano assorbire gli urti di dolore e rilanciarli, in un gioco che non ha fine e non lascia spazio al sorriso.

E' festa, festa di mezza estate, dobbiamo festeggiare, forse va proprio fatto, anche se questo anno è così grave e greve e tutti siamo più torpidi e silenti.

Festeggiamo il dono di quanto abbiamo e la capacità di trarre esempio e insegnamento dal nostro incedere nel tempo, non abbiamo meriti, siamo stati scelti per essere dove siamo, mentre tanti, troppi, soprattutto questo anno, sono stati scelti per finire lontano da noi e lasciarci così, inebetiti, vacillanti, sospesi.

Non canti balli caciare ma gratitudine, profonda gratitudine per l'avuto e per chi ci accompagna; chiediamo di poter vedere la via, di non farci avvolgere dal buio che è sempre lì, dietro quella porticina, pronto a coprire tutto appena si tocca la maniglia, e allora è un attimo, beffardo come un gioco perverso, farsi trascinare in fondo al gorgo.

A Barbara, e alle troppe mamme andate avanti anzi tempo guardiamo con la pietà massima e l'astensione da ogni giudizio, loro sono noi noi siamo loro, le pene e l'amore sono gli stessi, i figli loro sono nostri e i nostri sono stati loro, innocenti tutti, tutti con destini differenti, felici o tragici, destini comunque.

Chiediamo che ci accompagnino e non lascino incustoditi i loro cuccioli e anche i nostri, sempre tutti vortichiamo nella vita e nella morte, in eterna ricerca di qualcosa che troppo spesso non ha nemmeno un nome.

Lo dia Lei, l'Assunta, il nome al nostro amare e al nostro morire di malattia di amore.


Articolo di Silvia Alberti

Fotografia Giovanna Dadduzio


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