ALDO CAPITINI. Addestramento alla nonviolenza
CULTURA E SOCIETÀ

I maestri di nonviolenza si sono trovati davanti al problema dell'addestramento, sia per riprodurre nel combattente nonviolento le qualità fondamentali del "soldato", sia per trarre dal principio della nonviolenza ciò che essa ha di specifico. Si sa che le qualità del guerriero sono formate e addestrate fin dai tempi della preistoria e si ritrovano perfino al livello della vita animale.
Le qualità del nonviolento hanno avuto una formazione più incerta, meno consistente ed energica, per la stessa ragione che la strategia della pace è meno sviluppata della strategia della guerra.

Ma, prima che Gandhi occupasse il campo della nonviolenza con il suo insegnamento, il più preciso e articolato che mai fosse avvenuto, indubbiamente ci sono stati addestramenti alla nonviolenza, contrapposti a quelli violenti; esempi di monaci buddisti, i primi cristiani, i francescani, che hanno lasciato indicazioni preziose in questo campo, che qui non è possibile elencare.
Ma basti pensare all'armonia della posizione di Gesù Cristo espressa in quella raccolta di passi che è detta "il discorso della montagna", dove è il suscitamento di energia per resistere, per incassare i colpi, ricordando il "servo di Dio" come era stato espresso da Isaia (cap. LIII): "Maltrattato, tutto sopportava umilmente"; l'enunciazione del rapporto con le cose, del valore della prassi, ma anche l'elemento contemplativo, come un mondo migliore già dato in vista all'immaginazione nelle beatitudini, messe giustamente in principio perché sono l'elemento più efficace nell'addestramento, anche più della preghiera.

Gli Esercizi spirituali di Sant'Ignazio, il fondatore della Compagnia dei Gesuiti, sono un testo famoso di addestramento spirituale, e il loro esame può essere utile per vedere il carattere di quell'addestramento incentrato sulla persona di Gesù Cristo, sull'istituzione della Chiesa romana, sull'obbedienza assoluta come se si fosse cadaveri: tali caratteri vanno posti insieme con quelli dell'addestramento militare, che è chiuso nell'immedesimazione con un Capo o Sovrano, nella difesa di un'istituzione che è lo Stato, nell'obbedienza che è rinuncia a scelte e ad iniziative; "chiuso", perché il metodo nonviolento non discende da un Capo, ma è aperto a immedesimarsi con tutte le persone, a cominciare dalle circostanti: non fa differenza tra compagni e non compagni, perché è aperto anche agli avversari che considera uniti nella comune realtà di tutti; ne' può fare dell'obbedienza un principio di assoluto rilievo, perché l'addestramento nonviolento tende a formare abitudini di consenso e di cooperazione, riducendo l'obbedienza a periodi non lunghi per i quali essa venga concordata, per condurre un' azione particolare.
I più grandi valori spirituali escono da una concezione aperta, non chiusa; essi sono per tutti, non per un numero chiuso di persone. Cosi e' per es. la musica; essa parla come da un centro, ma il suo raggio è infinito, oltre il cerchio di coloro che in quel momento sono presenti: ci sono altri che l'ascoltano per radio e altri, infinitamente, che potranno ascoltarla. Cosi' e' l'azione nonviolenta: essa è compiuta da un centro, che può essere di una persona o di un gruppo di persone; ma essa e' presentata e offerta affettuosamente al servizio di tutti: essa è un contributo e un'aggiunta alla vita di tutti. Questo animo è fondamentale nell'addestramento alla nonviolenza: sentirsi centro rende modesti e pazienti, toglie la febbre di voler vedere subito i risultati, toglie la sfiducia che l'azione non significhi nulla. Anche se non si vede tutto, l'azione nonviolenta e' come un sasso che cade nell'acqua e causa onde che vanno lontano. Questo animo di operare da un centro genera a poco a poco il sentimento della realtà di tutti, dell'unità che c'è tra tutti gli esseri, un sentimento molto importante per la nonviolenza, che è incremento continuo del rapporto con tutti.
Articoli tratti da
Centro di ricerca per la pace Centro di ricerca per la pace <nonviolenza@peacelink.it>
