LA STRAGE DI GENERE
ATTUALITÀ

La donna è ancora lontana da una sostanziale parità con l'uomo nel godimento dei diritti fondamentali
La parola "femminicidio" appare un neologismo, di origine più o meno straniera. Infatti è stato introdotto in Europa da giuriste latino americane e spagnole che, partite dalle denunce di donne messicane di Ciudad Juarez, la città più colpita da mortalità violenta femminile, ma anche da analoghi casi in Perù, Guatemala, Brasile, hanno sostenuto la necessità della determinazione formale di un reato ormai chiaramente definibile in termini di "strage di genere".
Alla base nessun vittimismo o esaltazione della superiore bontà femminile: anche le donne posseggono aggressività, capacità vendicativa, follia e uccidono. Solo che uomini e donne possono essere uccisi, ma per le donne la morte viene per mano di familiari e conoscenti. Da sempre la vita delle donne vale poco: È ovvio che poco ne valga anche la morte e che, in particolare, il diritto non colga la specificità dei crimini. Tuttavia, mentre non appare strano che, da quando si sono affermati i diritti umani, se ne discuta in continuazione, non solo per indicarne le violazioni, ma anche per estendere la conoscenza e la consapevolezza, è inquietante che le donne possono essere violentate, picchiate, uccise senza che si condanni l'ethos, la logica perversa che invade l'immaginario maschile e le istituzioni. Per questo le donne, fin qui, non si sono fidate pienamente delle leggi e, anzi, la 'tutela" le ha rese diffidenti. Oggi, la sopportazione non è più ammissibile e avanza la richiesta di una parità giuridica che tenga conto della "differenza", nella consapevolezza di essere state tradite dalla tradizionale uguaglianza degli umani davanti alla legge.
É bene rendersi conto che le misure di prevenzione, persecuzione del crimine e pena non sono uguali per gli uomini è per le donne e, anche in assenza delle orrende attenuanti "per ragioni d'onore", le donne non sono ancora, neppure in Occidente, un soggetto umano di pieno, autonomo diritto. Meglio, dunque, riaprire i codici e pensare all'accoglimento, intanto, del crimine di specie definibile come "femminicidio".
Fino ai nostri giorni le Istituzioni, rappresentate da uomini e, anche, da donne omologate a norma e falsamente neutre, sono state omertose e così insensibili alla valenza sociale del soggetto-donna da aver favorito l'impunità dei carnefici rispetto ai diritti delle vittime. Paradossalmente, proprio le denunce sudamericane hanno contribuito a rivelare i dati non ancora evidenziati staticamente nei nostri Paesi. E, altrettanto paradossalmente, le donne di Ciudad Juarez, le cui denunce non hanno ottenuto per anni l'ascolto dovuto presso le autorità messicane, sono entrate nel circuito delle informazioni internazionale e sperano che la polizia, quando denunciano la scomparsa di una ragazza, non resti passiva limitandosi all'ipotesi pretestuosa della fuga d'amore o del passaggio di frontiera alla ricerca di lavoro. Finora, trovati i cadaveri, non si riusciva a sapere se la vittima era stata uccisa per mano di uno stupratore casuale, di una mammana che aveva sbagliato l'aborto, di un parente irato.
Il femminicidio è, infatti, una pratica consuetudinaria, così crudele da produrre il dato più atroce: alla prova dei fatti, ovunque le donne sono uccise per mano di amici e parenti e spesso la famiglia fa scudo ai colpevoli. Anche quando non si arriva al femminicidio, è in famiglia che le donne, di tutte le classi sociali e in tutti i paesi del mondo, vengono offese, picchiate, violentate. Perché accettano di essere vittime e non denunciano? Si tratta dei mariti, dei padri, dei fratelli, dei figli: gli oggetti d'amore o semplicemente gli uomini di casa per la mente non possono essere i "delinquenti": non si riesce a chiamare il commissariato per la pena del cuore, mentre chi conosce la violenza tace per paura e chi conosce la polizia nel la connivenza maschilista e, quindi, l'inutilità. Per questo sono importanti la solidarietà femminile informazione sui reati. E anche le indagini di antropologi e psicanalisti: perché ci sono odio e paura patriarcali sepolti nel fondo di comportamenti altrimenti inspiegabili. Dicano i lettori che cosa pensano dei titoli comparsi sui giornali in questi ultimi tempi: "30 milioni di cinesi restano senza moglie" perché "ogni 100 femmine nascono 130 maschi". Capricci della genetica cinese oppure il persistere del pregiudizio che nei secoli ha indotto all'infanticidio delle bambine e, oggi, a selezionare con l'ecografia i feti femminili? Il soggetto dei titoli resta implacabilmente l'uomo e l'informazione schiaccia i femminicidi.
Il patriarcato - che trova ancora una forte convalida in tutte le religioni - sopravvive nei fatti: il controllo sul corpo della donna ne comporta il disvalore giuridico e l'indeterminatezza etica. Troppe donne subiscono: da noi si sentono perennemente in colpa se non riescono a fare tutto quello che ritengono necessario per la famiglia; ma in Afghanistan vengono frustate se sono state violentate, a meno che i parenti non le abbiano già uccise per il disonore; in Iran sono condannati a morte se lesbiche e in Arabia Saudita, nell'incendio di una scuola, bambine sono morte bruciate perché la polizia non le ha lasciate uscire senza velo. È il caso di parlare di femminicidi?
Articolo di Giancarla Codrignani
