LUNEDÌ 1 MARZO 2021

01.03.2021

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso. Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati. Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio» 

(Lc 6,36-38).

Le parole di Gesù nella pagina di Vangelo di oggi sono così semplici da non aver bisogno di alcun commento. La vera sfida sta semmai nel riuscire ad incarnarle, a viverle. Al di là della professione di fede, dell'essere o meno credenti, ciò che fa la differenza è la capacità di 'agape' che avremo saputo incarnare. Ed è una sfida assolutamente laica, universale. Essere cristiani nel senso della cristianìa significa saper vedere, al di là e oltre i problemi della malattia, del rifiuto, della debolezza, del fallimento, al di là e oltre le differenze di sesso, di cultura, di credo; al di là e oltre le appartenenze ideologiche e religiose, il gioiello che ogni persona è nel profondo. Questo significa fare dell'agape (cioè della misericordia e della compassione) la propria 'regola di vita'. "L'agape - scrive Thomas Moore - è un'alternativa all'odio, al sospetto, al giudizio e alla paranoia. Non è tanto un'emozione quanto un orientamento nei confronti della vita". Significa porsi di fronte al mondo con il cuore aperto, non sospettoso o punitivo, non tenendolo a distanza con atteggiamento di superiorità, ma abbracciandolo.

Apri a noi la tua porta, Signore, e da te, come dal giorno, io sarò illuminato. Alla luce canterò la tua gloria.

Al mattino mi risveglio per lodare la tua divinità, e mi affretto per impregnarmi della tua Parola.

Con il giorno la tua luce brilli sui nostri pensieri, e le tenebre dell'errore siano cacciate dalle nostre anime.

Tu che rischiari ogni creatura, rischiara anche i nostri cuori, perché ti diano lode lungo tutto il fluire dei giorni.

(Giacomo di Sarug) 

Dovremo tenere conto non solo del passato come lo conosciamo, ma anche del presente come lo comprendiamo, e del nostro modo di intendere la vita. Una semplice riflessione può procurarci l'atteggiamento richiesto. Qualsiasi cosa la dimensione monastica possa essere - e ci sono ventine di definizioni e di descrizioni - sembra avere evidenziato una polarità sintomatica. Da una parte è qualcosa di speciale, difficile, talora perfino strano, con sfumature di non conformismo culturale e sociale; dall'altra, è qualcosa di tanto umano che, in ultima analisi, viene invocato come la vocazione ultima di ogni uomo, quello che ognuno dovrebbe essere, è chiamato ad essere, in un modo o nell'altro, prima o poi. Una coscienza illuminata di questa polarità, ci metterà, mi auguro, sulla strada giusta nella nostra ricerca.

(Raimon Panikkar, Beata semplicità. La sfida di scoprirsi monaco)

In questa prospettiva, coltivare in sé la "dimensione monastica" equivale a prendersi cura della propria umanità, accondiscendere a quella che è la vocazione ultima di ogni uomo, ciò che tutti siamo chiamati ad essere, cioè, in definitiva, a diventare null'altro che quello che siamo, pienamente Umani. Ma, dall'altro lato, impegnarsi in un cammino di questo tipo, coltivare la propria dimensione spirituale, espone inevitabilmente e fatalmente ad una sorta di «non conformismo culturale e sociale», rende cioè diversi, strani, solitari, perché controcorrente. Una polarità imprescindibile in ogni genuino cammino spirituale, che è sempre anche un cammino 'monastico', e anche un cammino - per dirla con Jung - individuativo. 

Massimo Diana


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