MARTEDI 16 GENNAIO 2021

Se le acque sono placide, riflettono perfettamente la luna. Se noi ci quietiamo, possiamo riflettere perfettamente il divino. Ma se ci lasciamo trasportare solo dalla frenesia dei nostri impegni quotidiani, se cerchiamo di imporre i nostri schemi all'ordine naturale e ci lasciamo assorbire da punti di vista egocentrici, la superficie delle nostre acque si fa turbolenta. Allora cessiamo di essere ricettivi al Tao. Nessuno sforzo può quietarci del tutto. La vera quiete nasce spontanea da momenti di solitudine in cui concediamo alla nostra mente di placarsi. Proprio come l'acqua scorre verso il basso, la mente gravita verso il sacro. Restando immobili, le acque melmose tornano chiare, e anche la nostra mente lo sarà, se solo le permetteremo di fermarsi. Né l'acqua, né la luna compiono alcuno sforzo per produrre il riflesso. Allo stesso modo, la meditazione sarà cosa naturale e immediata.
(Deng Ming-Dao, Il Tao per un anno)
Questo testo è una splendida meditazione sulla quiete. Solo se c'è quiete, cioè solo se la turbolenza e l'affanno del concitato vivere quotidiano si sono placati, è possibile scorgere le meraviglie che si celano sotto la superficie, oppure anche, nel linguaggio del nostro testo, riflettere perfettamente il divino. Ma la vera quiete non si improvvisa o non accade inaspettatamente e misteriosamente: va pazientemente e con perseveranza ricercata e coltivata. Occorre talvolta saper dire dei 'no' a qualcuno o a qualcosa per preservarci dei momenti in cui stare con noi stessi. In altre parole, dobbiamo volerci un po' bene per preservarci - con una sorta di sano egoismo o di egoismo etico - degli spazi e dei tempi per noi, di vitale solitudine. Quando abbiamo conquistato la quiete e assaporiamo i momenti in cui siamo con noi stessi, allora non è più necessario alcun sforzo: quel che deve avvenire avviene da sé.

Veneriamo Zaratustra, Signore e Padrone del mondo della materia, il più saggio degli esseri, il più luminoso degli esseri.
L'unico degno di sacrifici tra tutti gli esseri, il più degno di lodi e di glorificazione. Veneriamo la terra, veneriamo i cieli, veneriamo gli esseri posti tra il cielo e la terra, venerati dall'uomo fedele.
Veneriamo l'anima delle bestie selvagge e di quelle domestiche, veneriamo le anime degli uomini e delle donne sante che lottano per il bene.
Veneriamo lo spirito, la coscienza, la percezione, l'anima, l'angelo protettore degli uomini e delle donne sante che insegnano la legge, e lottano per la santità.
(Zend-Avesta)

La strada fangosaUna volta Tanzan ed Ekido camminavano insieme per una strada fangosa. Pioveva ancora a dirotto. Dopo una curva, incontrarono una bella ragazza, in chimono e sciarpa di seta, che non poteva attraversare la strada. «Vieni, ragazza», disse subito Tanzan. Poi la prese in braccio e la portò oltre le pozzanghere. Ekido non disse nulla finché quella sera non ebbero raggiunto un tempio dove passare la notte. Allora non poté più trattenersi. «Noi monaci non avviciniamo le donne» disse a Tanzan «e meno che meno quelle giovani e carine. È pericoloso. Perché l'hai fatto?». «Io quella ragazza l'ho lasciata laggiù» disse Tanzan. «Tu la stai ancora portando con te?».
(Nyogen Senzaki e Paul Reps [a cura di], 101 Storie Zen)
"Tutto è puro per chi è puro" - potremmo dire a proposito di questa narrazione Zen. Anche prendere tra le braccia una bella ragazza, come fa il monaco Tanzan, per aiutarla ad attraversare una fangosa pozzanghera. Compie un atto di gentilezza amorevole e nulla più. Il suo compagno, invece, si attiene scrupolosamente alle regole e non si accorge che in realtà è lui ad essere restato intrappolato dalla giovane e carina donna, non il suo compagno che l'ha presa tra le braccia. È lo stesso Tanzan a 'smascherare' Ekido: «Io quella ragazza l'ho lasciata laggiù», sei tu, invece, che «la stai ancora portando con te». L'osservanza esteriore può certo essere un aiuto, uno strumento utile nel cammino spirituale, ma solo, appunto, come mezzo. Non dobbiamo dimenticare il fine a cui lo strumento ci vuole condurre: una maggiore libertà, che scaturisce da un cuore diventato puro.
Massimo Diana
