MARTEDI 23 FEBBRAIO 2021

Troppo spesso pensiamo all'assorbimento come a qualcosa di statico: l'acqua viene assorbita dalla spugna, e lì rimane. Ma il vero assorbimento è un coinvolgimento totale nell'evoluzione della vita, senza esitazione o contraddizione. In natura non vi è estraniamento, e tutto partecipa. Solo noi esseri umani ci teniamo a distanza dal processo. Abbiamo una cultura, progetti personali, piccole emozioni private. Ci separiamo dal processo anche quando cerchiamo amore, compagnia, comprensione e comunione. Ci infliggiamo sconfitte mettendo in discussione ogni cosa, imponendoci nei momenti sbagliati, o lasciando che l'odio e l'orgoglio offuschino le nostre percezioni. La nostra alienazione è autogenerata. Nel frattempo, la natura procede nel suo flusso costante. Abbiamo bisogno di lasciarci andare, di entrare nel processo naturale e di lasciarci assorbire. Se riusciremo a integrarci, otterremo il successo. E la sequenza delle cose ci apparirà allora chiara come il sorgere del sole e della luna, e tutto sarà come dovrebbe.
(Deng Ming-Dao, Il Tao per un anno).
Il Tao non è qualcosa di statico o di straordinario; ma è l'ordinario processo attraverso cui ogni cosa costantemente diviene e si trasforma. La vita segue una sua costante evoluzione, a cui ogni cosa partecipa. Un flusso continuo in cui ogni cosa si genera dall'altra: originazione interdipendente, direbbero i buddhisti. Il paradosso è che noi esseri umani - e solo noi - ci teniamo a distanza dal processo. «Abbiamo una cultura, progetti personali, piccole emozioni private»... e così finiamo per separarci dal processo. In sostanza, siamo noi ad autogenerare la nostra stessa alienazione, appunto separandoci e mettendoci a parte del processo e del flusso di tutte le cose. Siamo noi a separarci dal Tao, mentre la vita procede nel suo flusso costante. Tutto ciò che dobbiamo fare allora è semplicemente «lasciarci andare... entrare nel processo naturale...lasciarci assorbire». Non opporre cioè resistenza. Se riusciremo a farlo «otterremo il successo».

Gli esseri sono nutriti insieme senza danneggiarsi a vicenda. I corsi delle stagioni e degli astri si succedono insieme senza recarsi disordine a vicenda. Le piccole energie scorrono continuamente come fiumi. Le grandi energie si scorgono nelle trasformazioni. Questo è ciò per cui il Cielo e la Terra sono grandi.
(Confucio)

Dal punto di vista fenomenologico credo che si possa descrivere il cammino spirituale attraverso alcune ricorrenti tappe, che incontriamo pressoché in tutte le tradizioni, sebbene poi ogni tradizione le abbia declinate e arricchite con immagini e rappresentazioni proprie. Il linguaggio attraverso cui possiamo descriverle può non essere strettamente religioso, in quanto si riferisce all'esperienza profonda di ogni essere umano, a cosa accade quando un uomo o una donna che conducono un'esistenza 'normale', vogliono - più o meno all'improvviso - cambiare vita e accedono ad una dimensione in senso lato 'spirituale'. Si avvia un processo di cambiamento, di trasformazione, che alternerà inevitabilmente momenti di luce e di ombra, passi avanti e scivoloni indietro, momenti di intensa felicità e commozione con altri di afflizione, di aridità e di solitudine. Per descrivere questo universale processo ci accosteremo, dalla prossima settimana nel momento della preghiera serale del martedì, ad una straordinaria esemplificazione costituita da un'antica storia zen, intitolata Il bue e il suo pastore, usata fino a oggi dagli studenti nei loro anni di noviziato. Il commento è del maestro Daizohkutsu Redikoh Ohtsu, che guida il monastero zen Shohkoku di Kyoto. Evento raro, perché questi maestri possono decidersi solo molto controvoglia di mettere per iscritto, al di fuori della trasmissione diretta, la loro sapienza. Tale commento risale a un seminario tenuto a braccio dal maestro nel 1957, davanti ai suoi studenti. Il buddhismo zen fu introdotto in Cina da Bodhi Dharma. Subito dopo si formarono due scuole: secondo una era possibile scoprire subito, in modo diretto e immediato, il sé originario e fare così immediata irruzione nella dimora originaria di Buddha; seconda l'altra, invece, era necessaria una pratica graduale in base alla quale ci si doveva esercitare, passo dopo passo, fino a diventare poi un Buddha. È a quest'ultima scuola a cui si rifà questa storia, che risale al maestro Kuo-an che apparteneva alla dodicesima generazione (1150 circa). A lui risalgono le dieci stazioni, che compose spinto da compassione per i suoi studenti.
Massimo Diana
