MERCOLEDI 7 APRILE 2021

O Brahman, in questo reame possano essere generati sacerdoti che splendono luminosamente di sacra conoscenza! Possano qui essere generati guerrieri d'eroica statura, che siano abili miratori, tiratori scelti, invincibili lottatori col carro! Possano le vacche in questo regno produrre latte in abbondanza, i nostri buoi essere infaticabili, i nostri cavalli veloci, le nostre massaie esperte. A colui che offre questo sacrificio possa nascere un figlio-eroe, un campione, un potente guerriero, un abile oratore! Possa il Cielo mandare a noi pioggia per i nostri bisogni. Possano le nostre piante da frutto maturare in stagione! Possano felicità e prosperità toccarci in sorte!
(Yajur-veda XXII,22)
Il sacrificio del cavallo - aśvamedha - è, scrive Panikkar, "il re dei riti e il rito dei re, la celebrazione cultuale più solenne e più imponente dei Veda". La preparazione di questo rito poteva richiedere fino a un anno di tempo e un ulteriore anno per concluderlo. "Al momento del sacrificio la corte reale, compresa la regina che deve svolgere un ruolo importante in un determinato momento, si riunisce con tutta la popolazione. All'inizio viene offerto il succo di soma e quindi, dopo molti atti rituali, il cavallo viene immolato solennemente". Possiamo vedere in questo sacrificio "l'elaborazione finale, minuziosamente dettagliata, di un lungo processo nel quale elementi pre-vedici, riti della fertilità, riferimenti cosmogonici, motivi sociali, fattori politici e interessi sacerdotali svolgono tutti un ruolo, dando insieme vita a un rituale altamente elaborato e senza dubbio d'effetto". Il fine di questo rituale era cancellare i peccati, esaudire i desideri e le preghiere per un figlio, ma a livello più profondo mirava a completare e perfezionare Prajāpati, facendo in modo che chi offriva il sacrificio potesse identificarsi con il Dio.

Sappi che la Materia e lo Spirito sono senza principio, tutte le modificazioni e le qualità vengono dalla Materia.
Lo Spirito che dimora nella materia sperimenta le qualità che vengono dalla Materia, nasce da impuri o puri genitori, secondo il tipo di qualità cui è attaccato.
Chi in tal modo conosce lo Spirito direttamente e lo sente diverso dalla Materia e dalle sue qualità, non entrerà più nelle catene delle esistenze, qualunque sia stata la sua vita.
Chi vede il Signore presente in ogni essere, permanente in tutto ciò che perisce, costui vede giusto.
Quando vede che l'esistenza diversificata degli esseri ha le sue radici nell'Unico e che da Lui tutto procede, allora raggiunge il Supremo.
(Bhagavad-Gita, XIII)

Il Sacrificio fuggì dagli Dei. Gli Dei lo invocarono, «Ascoltaci! Torna qui». Esso rispose, «Così sia», e ritornò presso gli Dei. Ora con quel che era ritornato da loro, proprio con quello gli Dei praticarono il culto, e per mezzo di questa adorazione essi divennero gli Dei che essi sono fino a oggi.
(Śatapatha-brāhmana I,5,2,6)
Da quando siamo divenuti consapevoli del nostro destino e della morte che ci attende, abbiamo ricercato l'immortalità: proprio la coscienza che non è questo il nostro destino 'naturale', ci ha spinto a ricercarla. E poiché l'immortalità è prerogativa degli Dei, ecco che il desiderio di diventare Dio non può che sorgere spontaneamente nell'uomo. L'uomo può infatti diventare immortale solo se viene divinizzato, se riesce a guadagnare - o ad ottenere in dono - la natura divina. Tuttavia il mondo vedico ci dice in questi testi che, agli inizi, nemmeno gli Dei erano immortali, che neppure per loro l'immortalità è qualcosa di 'naturale'. Anch'essi, come noi, hanno dovuto lottare per raggiungerla. In quella tradizione la via attraverso cui ottenere la prerogativa dell'immortalità è il sacrificio: ecco l'unico atto originario e originante. Il fatto che gli Dei siano obbligati a conquistare la propria immortalità - scrive Panikkar - contiene due implicazioni importanti per gli uomini: "Primo, gli Dei sono reali e costituiscono un esempio ispiratore, poiché sono passati attraverso la stessa esperienza fondamentale degli uomini: quella di doversi conquistare la propria reale libertà. Ottenere la libertà significa diventare immortali, essere liberi dagli artigli del tempo, perché finché si è legati al tempo non si è realmente liberi. Gli Dei sono veramente compagni di viaggio degli uomini nel cammino verso l'immortalità... L'altra implicazione, il cui riconoscimento dona pace e serenità all'uomo, è che gli Dei non possono essere creature capricciose, perché c'è un rta, un ordine, il cui dinamismo è il sacrificio, che trascende tanto gli uomini quanto gli Dei e che non può in alcun modo essere manipolato".
Massimo Diana
