SABATO 13 MARZO 2021

Rabbi Pinhàs disse: «Quando un uomo inizia qualcosa di grande in spirito di verità non deve temere che un altro possa imitarlo. Ma se egli non lo fa in spirito di verità e si studia di farlo in modo che nessuno lo possa imitare, allora egli abbassa il grande al gradino infimo, e tutti possono fare la stessa cosa»
(Martin Buber, I racconti dei Chassidim)
Ciò che è essenziale è che ciascuno compia la sua vita "in spirito di verità". Non si tratta di imitare nessuno, ma piuttosto di essere fino in fondo e con onesto coraggio se stessi. Quando un uomo inizia qualcosa di grande "in spirito di verità" non ha da temere che un altro possa imitarlo. Ma se egli non lo fa "in spirito di verità" magari anche studiando di farlo in modo che nessuno lo possa imitare, «allora egli abbassa il grande al gradino infimo, e tutti possono fare la stessa cosa». Se siamo noi stessi fino in fondo, non dobbiamo avere alcuna paura che qualcun altro possa imitarci, perché ciascuno è unico. Portare a compimento questa unicità è la vocazione di ciascuno, la sua gloria e anche la sua croce.

L'intelletto che vede Te, invisibile, ovunque, e Ti scorge in ogni luogo.
L'intelletto che riconosce la voce del Tuo silenzio, nell'armonia dell'universo.
Tu sei Tutto, ciò che è e ciò che non è, ciò che sarà e ciò che mai sarà.
Tu sei la vita, Tu sei la morte.
Tu sei il vuoto, Tu sei la pienezza.
Tu sei la tenebra, Tu sei la luce.
Tu sei il silenzio, Tu sei la voce.
Tu avvolgi l'infinito: l'infinito è colmo di Te.
Tu abbracci e contieni Tutto: il Tutto è in Te, il passato, il presente, il futuro.
Tu sei il Tutto che è Uno, l'Uno che è il Tutto.
Parole che fluiscono in una sola parola, parola che risuona nel silenzio.
(Tikkuné ha Zohar)

Nei primi tempi Rabbi Jehiel Michal visse in grande povertà; ma la gioia non l'abbandonava neppure un'ora. Una volta qualcuno gli chiese: «Rabbi, come mai dite ogni giorno: "Benedetto colui che mi concede tutto ciò di cui ho bisogno?" se vi manca tutto ciò di cui l'uomo ha bisogno?» Egli rispose: «Sicuramente ciò di cui ho bisogno è appunto la povertà, e questa mi è concessa».
(Martin Buber, I racconti dei Chassidim)
Come ci ricorda il meraviglioso testo che abbiamo letto, Rabbi Michal non subiva la povertà come una ingiustizia o una calamità, ma proprio come il dono di cui aveva bisogno per portare a compimento il suo cammino spirituale: «Sicuramente ciò di cui ho bisogno è appunto la povertà, e questa mi è concessa». In effetti, è proprio questo ciò che la pratica spirituale vorrebbe condurci a fare: a "immaginare altrimenti" ciò che nella vita ci capita e che talvolta - a volte spesso - non possiamo cambiare. Ma abbiamo sempre la facoltà di cambiare il nostro modo di vedere quello che ci capita: una catastrofe e un'ingiustizia di cui lamentarci o per la quale incolpare sempre qualcuno, oppure una opportunità che la Vita ci concede per costruirci nella nostra umanità. Rabbi Michal approfittò della povertà per crescere in umanità, diventando molto sensibile ai bisogni altrui e anche molto attento alla genuinità umana di chi a lui si rivolgeva.
Massimo Diana
