TUTTO IL GLOBO IN UN'AULA
CULTURA E SOCIETÀ

Le classi multietniche costituiscono una grande occasione per gli insegnanti.
La classe, ogni classe e in particolare la classe multietnica, è un laboratorio che quotidianamente pone in "evidenza" quanto l'apprendimento sia un fenomeno complesso che ha grandi implicazioni di tipo cognitivo ed affettivo, sociale e razionale. Il "gruppo classe", fortunatamente, presenta sempre elementi di eterogeneità per livelli, stili di apprendimento, talvolta per lingua, cultura religione. tutte queste differenze che costituiscono il punto di partenza devono poi armonizzarsi attraverso ciò che Piaget definisce "l'adattamento" ossia l'equilibrio fra assimilazione e accomodamento. Questo vale per tutti gli alunni in misura maggiore o minore e non solo, ovviamente, per l'alunno straniero. La classe quindi deve diventare lo sfondo integratore sul quale far agire le differenze e le interconnessioni. La capacità di porre in relazione elementi di differenza e di trovare elementi comuni nella molteplicità, costituisce la premessa per educare alla mondialità, ovvero, come sostiene Edgar Morin alla assunzione della cittadinanza terrestre e planetaria come assunzione della nostra comunità di destino. Educare alla mondialità, in questo senso, non fa riferimento a specifici contenuti o saperi disciplinari distinti, bensì ad una dinamica di conoscenze di varie origine che si collegano tra di loro attraverso una forma di complementarietà e di passaggi dall'una all'altra, permettendo elaborazioni individuali, soggettive, originali. Non si tratta quindi di individuare precise conoscenze disciplinari, quanto di ristrutturare i campi cognitivi, gli stati affettivi, gli orientamenti valoriali; di coniugare cioè la percezione di sé con il procedere delle conoscenze. Ancora una volta il punto di partenza è costituito dal soggetto, dalla sua storia anche cognitiva, dalle sue esperienze familiari, sociali, culturale in senso lato. Solo a partire dal concreto, dalle sollecitazioni reali e dalle istanze poste dal soggetto si possono allargare spazi e prospettive, assumere criteri interpretativi e dare forma ai percorsi di crescita, alle formalizzazioni della conoscenza nelle varie discipline. Ogni gruppo (classe o altro raggruppamento), deve poter contare su una propria modalità di lavoro che consiste nella condivisione di una prospettiva comune all'interno della quale trovano luogo le singole conoscenze e i sentimenti intorno al mondo, le aspettative, le ipotesi, le relazioni orizzontali e verticali, gli apprendimenti. Educare alla mondialità è una modalità processuale e non un prodotto; le finalità che si intendono perseguire sono la disponibilità ad uscire dai propri ambiti per aprirsi a spazi e situazioni differenti; la capacità di decostruire e ricostruire le idee attraverso i processi mentali di astrazione, di analisi, sintesi; la capacità di lavorare costruendo quadri di riferimento; infine, la capacità di negoziare e mediare significati e regole dello stare insieme. L'attenzione dell'insegnante si sposta dagli obiettivi dell'insegnamento ai processi di apprendimento e centrale diventa il procedere attraverso la ricerca e osservazione. La classe diventa un campo di indagine e l'insegnante, scrive Francesca Gobbo, diviene etnografo: "insegnare ed apprendere implicano processi di negoziazione sul significato di ciò che avviene lungo la giornata scolastica - si tratti della trasmissione di contenuti disciplinari, della formazione di una mente critica, di comportamenti e obiettivi desiderabili, o della scansione e organizzazione del lavoro quotidiano - e che può promuovere la condivisione di tali significati, o il loro rifiuto (...). L'insegnante dovrebbe divenire consapevole dei propri valori, delle premesse non esplicitate, del proprio modo di usare il corpo e lo spazio, Se intende conoscere e interpretare i comportamenti e linguaggi dei propri studenti in termini culturali". (F. Gobbo, Pedagogia interculturale, Carocci, Roma 2000)
APRIRSI ALLE GIOIE E ALLE SOFFERENZE
La presenza sempre più frequente di alunni di provenienze diverse dovrebbe inoltre costituire una grande occasione sul piano educativo: "il confronto con una cultura o lingua differente da quella che gli parla potrebbe infatti rappresentare l'occasione per rendersi conto dei modi in cui la propria definisce o descrive determinante situazioni o persone, del carico della tradizione di quello degli stereotipi che l'attraversano, inaspettatamente (per noi) messi in rilievo da aspetti e sfumature differenti e contrastanti che sembrano invece caratterizzare il linguaggio degli altri". (F. Gobbo op.cit.)
Questa forma di auto-coscienza permette di portare alla luce il nostro modo di percepire la realtà, di interpretarla, le nostre concezioni, i nostri sentimenti ovvero le premesse implicite che regolano il nostro rapporto con il mondo. Si educa alla mondialità a partire dal sé-in-relazione. I contenuti sui quali si esercita questa relazione diventano significativi in rapporto alla motivazione che suscitano negli alunni, ma il nodo fondamentale è pur sempre costituito da l'indissolubile legame che unisce il soggetto all'altro da sé (sia quest'ultimo rappresentato da persone, conoscenze, lingue, religioni, modi di essere, ecc.).
Questa prospettiva dialogica, se assunta come paradigma del processo di apprendimento, porta nel tempo alla costruzione di una habitus mentale che informa le successive esperienze cognitive e relazionali degli alunni. Questo approccio permette di comprendere che la costruzione dell'identità culturale è sempre l'esito di incontri, sostituzioni, contaminazioni; il meticciato è elemento costitutivo dell'identità di ciascuno, talvolta faticoso da riconoscere o da accettare, ma la cui comprensione permette di decifrare con maggiore chiarezza la complessità che sta intorno a noi. Edgar Morin ha indicato con chiarezza questa dimensione quando esplicitamente scrive in una scuola nella quale si educa alla comprensione umana, che integra, superandola, la semplice spiegazione: "spiegare è utilizzare tutti i mezzi obiettivi di conoscenza ma che sono insufficienti per comprendere l'essere soggettivo. C'è comprensione umana quando sentiamo e concepiamo gli umani come soggetti, essa ci rende aperti alle loro sofferenze e alle loro gioie". Non è sufficiente la padronanza dei contenuti disciplinari per comprendere, è necessaria anche la capacità di interpretare attribuire significati; È necessaria la capacità di riconoscere che le esperienze sono nel medesimo tempo nostre e altrui è davvero comprendo quando sono in grado di reggere questa relazione. È la scoperta dell'interdipendenza che regola i rapporti fra gli esseri umani, tra la cultura e natura, fra conoscenze e esperienze che mi permette di affermare, stabilmente, che l'identità non risiede nel soggetto, ma nella relazione e che prossimo a me è tutto ciò che è altro da me. L'educazione alla mondialità presuppone una tensione etica una scelta consapevole e quindi parziale, un impegno che ha la sua dimensione nella pratica quotidiana. Essa diviene altresì una scelta politica perché implica, più o meno direttamente, la richiesta di giustizia, solidarietà, diritti.
Articolo di Lucrezia Pedrali
Illustrazione Kla
