VENERDI 16 APRILE 2021

16.04.2021

Dio, non vi è altra divinità che Lui, il Vivente, l'Esistente per virtù propria; non Lo toccano sonno né sopore, a Lui appartiene quel che è nei cieli e quel che è sulla terra. Chi è che intercede presso di Lui se non col Suo permesso? Egli conosce ciò che fu prima di loro e ciò che sarà dopo di loro. Nulla abbracciano gli uomini della Sua Scienza se non quanto Egli vuole. Il Suo Trono comprende i cieli e la terra e la custodia di ambedue non Lo affatica. Egli è l'Altissimo, l'Immenso. 

(Corano II, 255)

In questa Sura, il famoso Versetto del trono che viene recitato come preghiera e portato come una sorta di amuleto dai fedeli musulmani. vengono esaltate la Grandezza e la Gloria divine. Come scrive la curatrice dell'Antologia da cui i versetti letti sono stati tratti: "Tutto il Corano parla di Dio. Non è altro che la celebrazione della Sua Unità, della Sua Maestà e della Bellezza dei Suoi Attributi. Anche quando parla di questioni legali non lo fa senza associare le Norme della Legge alla manifestazione dei Suoi Nomi, che sono come un ordito su cui si intreccia la trama delle umane vicende. Tutto procede da Lui e fa a Lui ritorno: qualunque cosa possiamo contemplare nella creazione non è che un richiamo alla perfezione dell'Artefice". 

Il moto di ogni atomo è verso la sua origine; l'uomo diventa la cosa cui è inclinato. Con l'attrazione dell'affetto e della passione, l'anima e il cuore assumono le qualità dell'Amato, che è l'anima delle anime. Ecco, nel seno del tuo amore, o Signore, nuota l'anima mia. E rovinò tutta la casa di creta del mio corpo.

(Jalal-al-din Rûmi)

Quando uno spargimento di sangue aveva messo in moto la spirale della vendetta, solo l'annientamento di una delle parti poteva mettervi fine, perché i vincoli del badal si trasmettevano di padre in figlio. Si sapeva di una faida che aveva provocato la morte di più di cento persone, e che nessuno ricordava come fosse cominciata. Non c'era via di scampo. Se un uomo non riusciva a vendicare un insulto del nemico, che razza di uomo era? Come poteva guardare in faccia il suo clan e sua moglie? Morire nel cercare vendetta era più onorevole. Behram Khan la pensava diversamente. Non aveva nemici; evitava gli antagonismi. Non gli piaceva il sapore della vendetta. Era conosciuto in tutto il distretto per una qualità del tutto estranea a un pathan: il perdono. (Eknath Easwaran, Badshah Khan. Il Gandhi musulmano).Il contesto in cui il piccolo Ghaffar crebbe non era certo dei più facili, soprattutto per il tacito ma pervasivo potere del badal, del "codice d'onore" che permeava il popolo al quale apparteneva. Una legge non scritta, ma capace di generare una spirale di odio e di violenza che non aveva fine e che era destinata ad ingigantirsi sempre più, provocando spesso conseguenze ben superiori all'episodio che le aveva originate. Un esito di pura irrazionalità e follia. La vendetta tende a restituire sempre di più, provocando a sua volta una controreazione ancor più sproporzionata, in un crescendo senza fine. Peraltro, tanto più forte è il senso dell'onore, tanto più sproporzionata tende ad essere la vendetta. Il paradosso è quello di trovarsi in guerra con 'nemici' senza più neppure ricordare le colpe da loro commesse, perché possono essersi originate anche diverse generazioni prima. Ebbene, questo è il contesto in cui Ghaffar cresce. Ma Behram Khan, il padre di Ghaffar, «la pensava diversamente». Di lui si dice che «non aveva nemici; evitava gli antagonismi. Non gli piaceva il sapore della vendetta. Era conosciuto in tutto il distretto per una qualità del tutto estranea a un pathan: il perdono». Evidentemente, questa sua decisione di fondo, di perdonare invece che cercare vendetta, deve aver inciso profondamente sul carattere e sulla vocazione del suo figlio più giovane.

Massimo Diana 


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