DANZARE LA VITA
PENSIERO

A Cana Gesù non compie solo il primo miracolo, garantendo il vino agli sposi e ai loro invitati, ma manifesta il segno della sua dimensione.
L'Epifania nella casa, casa di poveri, a Betlemme; l'Epifania, nelle acque di peccato, al fiume Giordano; Epifania, manifestazione di Dio, al banchetto, banchetto di nozze, a Cana di Galilea.
Questo non è - lasciatemelo dire - un episodio qualunque, un racconto da prendere alla leggera, perché qui, secondo l'evangelista Giovanni, ci troviamo a un nuovo "in principio": lo nota, a conclusione del racconto, lo stesso evangelista.
Purtroppo la traduzione che abbiamo tra le mani spegne la forza e traduce: "così Gesù diede inizio ai miracoli". Ma il testo Greco dice: "Questo fece Gesù come principio dei segni".
Siamo all' "in principio" dei segni. Innanzi tutto "segni" e non miracoli. Ai miracoli Si può accedere - capita spesso - sedotti dalla stranezza, dalla spettacolarità, dalla curiosità. E tutto si ferma lì, sedotti dal prurito dei miracoli.
No, è scritto: principio dei segni, e la parola segno dice che la cosa, l'avvenimento, l'avvenimento di Cana di Galilea rimanda qualcos'altro, fa segno a qualcosa, qualcosa che è da ricercare, da scoprire. Che cosa?
Innanzi tutto è strabiliante che l' "in principio", l'incipit dei segni sia qui. Strabiliante perché i segni di Dio - pensate ai sacramenti - noi siamo soliti collocarli nel tempio, oppure nell'antichità erano collocate presso le alture sacre. E qui a Cana il segno è in una casa. E questo dovrebbe aprire un sospetto: che ci siano segni, manifestazioni di Dio dentro le case, dentro le nostre case? E magari non ce ne accorgiamo, perché il vino ultimo lo sapevano i servi, lo sapeva Maria, ma dove veniva, era come un Sacramento - perdonate le parole - come una cosa sacra, era stata toccata da Dio, ma gli altri bevevano e non sapevano punto toccati da Dio nella casa, nel vino.
L' "in principio" dei segni li, e non altrove.
Lì, e non altrove, significa anche: in una festa di nozze. come a dire che Dio è nel segno della festa, la festa di tutti, quando ci si abbandona, ci si lascia andare, quando si è sbilanciati, come in una danza. "Danzare la vita": aveva scritto anni fa un prete, scomparso prematuramente. Dio non è nella rigidità, Dio non è nel trattenersi, Dio non è nel chiudersi. È nello sbilanciarsi, che è lo sbilanciarsi dell'amore. Se non ti sbilanci, non è amore. è nel segno di un banchetto di nozze. Come a dire che la manifestazione di Dio non è nella noia, nelle prestazioni formali. Dio non è la dove è assente il cuore. Dio si racconta, Dio racconta se stesso con il suo figlio a una festa di nozze. Dio si racconta - passate i libri della Bibbia - dentro le immagini, immagini intense, intense spiritualmente e fisicamente, dell'amore tra un uomo e una donna. Non vi sembra almeno strano che Dio ricorra alle immagini più appassionate dell'amore tra un uomo e una donna per raccontare di sé e noi parliamo di Dio a prescindere, con le immagini di una catechesi intellettualistica, fredda, disamorata? Dio è dentro, nel segno del vino che da ebbrezza. Non bastano, non bastano più le sei giare di pietra, anche se contengono ciascuna due o tre barili di acqua lustrale, acqua sacra per la purificazione. Non bastano le tradizioni esteriori, non bastano le coreografie di facciata, se manca il vino nuovo dell'evangelo, se manca un sussulto, un entusiasmo, una passione. oggi rileggendo le parole bellissime di Maria, segno di un'attenzione, di un intuito di una chiaroveggenza affascinante: "non hanno più vino", Mi veniva spontaneo chiedermi: oggi qualcuno, guardando la pesantezza della nostra società, alla pesantezza della chiesa, o alla pesantezza della nostra vita, non potrebbe riprendere le parole di Maria e dire: non hanno più vino? C'è tutto, l'apparato c'è. Ma non c'è più vino. Come se mancasse qualcosa, un'anima profonda, un cuore, il cuore delle cose, lo spirito che da pallide le renda splendenti.
E oggi, rileggendo racconto di Giovanni, mi dicevo anche: che fortuna potrebbe essere per noi l'Eucarestia della domenica se non fosse ridotta a giara di pietra vuota, ma fosse per me, per tutti noi la custodia del vino nuovo dell'evangelo, un vino che ci consente di rientrare nella vita non con la faccia degli annoiati, degli stanchi, dei delusi, ma con il volto di chi ha incontrato il Dio della vita, il Dio del banchetto, il Dio della festa.
Articolo di don Angelo Casati
