SABATO 1 MAGGIO 2021

Il Magghid di Mesritsch mandò una volta in viaggio il suo scolaro Rabbi Menahem Mendel a visitare diverse comunità perché parlasse pubblicamente e destasse il desiderio dello studio della Torà per se stessa. In una delle città parecchi uomini dotti si radunarono nell'alloggio di Rabbi Mendel e gli resero particolari onori. Parlando con loro egli intavolò la questione perché si dice che gli onori inseguono colui che li fugge. «Se è bene e stimabile essere onorato, disse, perché l'illecita fuga di colui che schiva gli onori viene ricompensata col fatto che essi gli corron dietro? Se invece è biasimevole, perché egli viene poi punito per la sua lodevole fuga? In verità l'uomo onesto deve assolutamente schivare gli onori; ma egli come tutti è nato col desiderio di essi, e perciò deve combatterlo. Soltanto quando per lungo tempo e con tutto il fervore ha studiato la Torà per amore di essa stessa, egli arriva a superare quel brutto desiderio e a non sentire più soddisfazione quando viene chiamato Rabbi o in altre cose simili. Ma nel fondo della sua anima abita ancora quell'ambizione della sua giovinezza, che egli ha superato; e sebbene egli se ne sappia libero, essa lo insegue come un tenace ricordo e lo turba. Questa è la macchia del serpente originario, ed egli deve purificarsi anche di essa».
(Martin Buber, I racconti dei Chassidim)
Il brano ci mostra il lungo percorso che è necessario intraprendere per rivestire l'habitus dell'umiltà. Anzitutto è necessario "schivare gli onori", ma con la lucida consapevolezza che anche noi, come tutti, siamo nati col desiderio di essi: tutti ricerchiamo gli onori, che non sono che un riflesso di quell'atavico bisogno di riconoscimento e di accettazione che ha contrassegnato la nostra infanzia. Ebbene, nel cammino spirituale questo "desiderio" va contrastato. Ma attenzione, non si tratta di compiere chissà quale eroica impresa. Questo desiderio non lo si combatte fronteggiandolo vis à vis, direttamente, ma piuttosto distogliendo le nostre energie e i nostri pensieri da esso per occuparci di altro. Non sforziamoci di essere umili: non ci riusciremo mai abbastanza e proprio questo sforzo potrebbe insuperbirci; impegniamo piuttosto le nostre forze a «studiare la Torà per amore di se stessa», cioè a conoscere Dio, la Vita, il Sé, il Mistero che ci abita e nel quale siamo immersi... e l'umiltà verrà da sé.

L'intuizione fondamentale della moralità consiste forse nel percepire che io non sono uguale agli altri, e in un senso molto preciso: io mi vedo obbligato dallo sguardo d'altri e di conseguenza sono infinitamente più esigente verso me stesso che verso gli altri. Se si sente il bisogno di dire 'Perché dovrei darmi pena per lui/lei?', non si è ancora umani.
(E. Levinas)

Quando Rabbi Shmelke assunse il suo ufficio a Nikolsburg, predicò i primi sette sabati sulle sette scienze mondane, una per ogni sabato. Ogni settimana la comunità si stupiva sempre più dello strano soggetto; ma nessuno osò domandarne allo zaddik. L'ottavo sabato cominciò dicendo: «Per lungo tempo non ho compreso le parole di Salomone il Predicatore: "Meglio sentire un rimprovero del saggio come chi intende il canto dei folli". Perché non è detto "che il canto dei folli?". Il significato è questo: È bene udire l'ammonizione di un saggio che ha inteso e compreso il canto dei folli, cioè le sette scienze mondane, che di fronte all'insegnamento di Dio sono un canto di folli. Perché a un altro gli stolti saggi mondani possono dire: "Disprezza pure le nostre scienze, tu che non hai assaporato la loro dolcezza! Se tu la conoscessi, non vorresti conoscere più altro". Chi invece ha approfondito le sette scienze ed è passato attraverso tutte, e infine ha scelto per sé la sapienza della Torà, quando esclamerà: "Vanità delle vanità", nessuno potrà smentirlo».
(Martin Buber, I racconti dei Chassidim)
Rabbi Shmelke di Nikolsburg ci aiuta a comprendere come solo l'esperienza insegni veramente. La verità delle parole che pronunciamo è intimamente connessa alla verità della nostra vita. Chi siamo, veramente, noi che diciamo quel che stiamo dicendo? Bisogna prima intendere e comprendere «il canto dei folli», per poter poi scegliere, con piena consapevolezza, «la sapienza della Torà» rigettando tutto il resto. Altrimenti non sono che chiacchiere, magari anche belle, giuste, vere, ma solo chiacchiere. Così Rabbi Shmelke istruiva i suoi discepoli sulle «sette scienze mondane», che di fronte all'insegnamento di Dio non sono che «un canto di folli», prima di dischiudere loro i segreti della Torà. In questo modo nessuno avrebbe potuto dire loro che disprezzavano «le nostre scienze» solo perché non avevano «assaporato la loro dolcezza!». È davvero difficile poter liberamente rinunciare a qualcosa che non si conosce e soprattutto insegnare agli altri a fare altrettanto. Potremmo infatti sempre venire biasimati: "Se tu davvero conoscessi ciò che predichi di rigettare, non vorresti conoscere più altro". Solo chi prima ha approfondito le sette scienze ed è passato attraverso tutte, e infine ha scelto per sé la sapienza della Torà, potrà dire, con verità: "Vanità delle vanità, tutto è vanità", e nessuno potrà smentirlo.
Massimo Diana
