VENERDÌ 26 FEBBRAIO 2021

Quando la terra sconvolta da un tremito emetterà i suoi gravami, dirà l'uomo: «Che cosa ha la terra?». Quel Giorno gli uomini compariranno a gruppi, per contemplare le loro azioni, e chi ha fatto il bene per il peso di un atomo lo vedrà, e chi ha fatto il male per il peso di un atomo lo vedrà.
(Corano XCIX, 1-3 e 6-8)
Sia del Giudizio Universale che dell'Inferno e del Paradiso si parla in molti punti del Corano e le varie descrizioni, quasi tutte meccane, si completano l'una con l'altra. Ciò di cui si parla, con un linguaggio molto ricco di immagini, appunto, apocalittiche, è di un evento finale la cui certezza è indubitabile. La "fine del mondo" rappresenta per tutti e per ciascuno una verità certa e anche tremendamente imminente, ci piaccia o meno. Tutti noi siamo sempre sulla "soglia" tra due mondi, tra un prima e un dopo, tra una fine e un inizio. Ecco una verità esistenziale che ci tocca tutti e molto da vicino. Da qui l'invito continuo che le più diverse tradizioni religiose e spirituali hanno fatto alla vigilanza, a farci trovare pronti, perché non sappiamo «né il giorno né l'ora». Un invito che non è fatto per spaventarci e farci vivere nell'ansia e nell'angoscia, ma piuttosto per aiutarci a prendere coscienza che il tempo della vita è breve e, soprattutto, non è in nostro potere.

Fa', o Signore, che con passo libero ci muoviamo dalle soglie dell'aurora fino al tramonto dell'amica luce. Noi siamo liberi figli tuoi, perché preoccuparci delle ricchezze, della gloria e della potenza dei grandi? La vita può darci o toglierci il tetto e le vesti, il pane e l'oro: i nostri cuori rimangono allegri e saldi. Il tempo è vento che soffia, l'avvenire è rosa non dischiusa, nessuno conosce chi la coglierà. Così noi andiamo, compagnia che ignora la paura, in mano il bastone della libertà, cantando di terra in terra. Infine incontreremo la notte, che porta ai re e ai mendicanti il termine del loro cammino.
(Sarojini Naidu)

Abdul Ghaffar Khan aveva sconcertato gli inglesi ed elettrizzato gli indiani creando un esercito di centomila soldati nonviolenti da uno dei popoli più violenti della terra, i pathan. Gli abitanti dei villaggi della sua provincia (la Frontiera nordoccidentale) lo veneravano come un santo e lo chiamavano Badshah Khan, il «re dei khan». In tutta l'India era conosciuto come il «Gandhi della Frontiera» perché, tra tutti i seguaci di Gandhi, era quello che più rispecchiava la pienezza del suo pensiero [...]. Khan, pur fervente musulmano praticante, si era opposto alla spartizione dell'India tesa a creare uno Stato islamico separato.
(Eknath Easwaran, Badshah Khan. Il Gandhi musulmano)
Iniziamo con il tempo della Quaresima la lettura e il commento di una biografia davvero esemplare: la storia di Abdul Ghaffar Khan, chiamato Badshah Khan, «il re dei khan», "un musulmano pressoché ignorato in Occidente, ma di rilevante importanza per la sua visione autentica e profonda dell'Islam". Questa incredibile storia confuta alla radice il binomio Islam / fanatismo violento, oggi tanto di moda. La testimonianza di Abdul Ghaffar Khan, afghano della regione di Peshawar, contemporaneo di Gandhi, è uno straordinario esempio di lotta verso ogni forma di violenza. Egli "dedicò tutta la sua vita a convincere la sua gente, i pashtun, una delle etnie più bellicose della terra, a rinunciare alla violenza e al loro antico codice di onore, che impone il badal, cioè l'obbligo di vendicare col sangue ogni omicidio o anche un semplice insulto subìto dalla propria etnia, dal clan o dalla famiglia: un codice di vendetta che ha macchiato per secoli la storia afghana". Badshah Khan riuscì a fondare, proprio con quegli uomini, il primo esercito nonviolento della storia, i khudai khidmatgar (servi di Dio).
Massimo Diana
